Salta, la linda, sta scritto su diversi cartelli all'aperto, come pure nelle guide turistiche. Salta porta bene questo slogan e ci basta poco tempo per constatarne la veridicità. Salta è bella, ben tenuta e pulita. Fondata dagli spagnoli più di quattro secoli orsono, questà città coloniale ha saputo resistere ai più forti terremoti. Malgrado l'importante crescita dovuta ancora una volta al traffico viandante, ha saputo conservare un carattere coloniale ben distinto, come ne testimoniano le costruzioni situate al centro, tra cui chiese, conventi, case signorili e quant'altro.
Rapidamente troviamo quanto ci occorre: lavanderia a portata di mano, café con wifi, ristorante tipico con il miglior bife de lomo mai mangiato finora.
Il primo giorno saliamo i 1'070 scalini che portano al Cerro San Bernardo, collina che domina la città sottostante e da cui si possono meglio definirne i confini. Il giorno seguente ci rechiamo al Museo di Archeologia di Alta Montagna (MAAM). E' la storia di una spedizione che, nel 1999, ha permesso di riportare alla luce tre mummie di bambini a 6'739 metri, sul vulcano Llullaillaco. E con loro oggetti di valore, tessuti colorati di tradizione Quechua e piccoli giochi (rituali) che richiamano la loro vita. A rotazione, solo un niño alla volta è esposto in una cella vetrata mantenuta a bassa temperatura.
Per la cultura Precolombiana la natura era considerata sacra, in particolar modo le Montagne, veri Dei che proteggievano le comunità. Lo stato Inca diede molta importanza a questo antico culto, e costruì in cima alle montagne piccoli edifici per i rituali religiosi. In seguito a riti festosi, alcuni bambini venivano accompagnati su queste cime e sepolti, in segno di adorazione.
Ma Salta è soprattutto il "centro geometrico" di due regioni, una al sud e l'altra al nord, tra le più spettacolari, dal punto di vista naturalistico, d'Argentina. Decidiamo così, finalmente, di nolleggiare un veicolo per approfittare pienamente di quanto Madre Natura offre.
Il terzo giorno, alle 9 di mattina ci ritroviamo, armi e bagagli, all'agenzia ANTA. Durante i pagamenti e le firme varie, due giovani della nostra età entrano nel locale. Gente del proprio paese la si riconosce facilmente, e per il look e per la lingua, e quel giorno, 31 maggio del 2011, quattro ticinesi, Michel, Tiziano, Gloria e Stefano si ritrovarono tutti nel medesimo posto con il medesimo pretesto. Scambiamo qualche battuta in dialetto fino ai rituali controlli dei veicoli. Dopo una foto di gruppo partiamo a bordo dei nostri rispettivi mezzi. Loro scelsero una Clio, noi una Golf; anzi una Gol. Si tratta di una versione più povera della sorella maggiore, accessoriata con il minimo indispensabile. Il logo VW, tuttavia, ci rassicura e partiamo entusiasti e felici lungo 1499 chilometri. Per un tratto inseguiamo i nostri compaesani, poi ci dividiamo prendendo strade e direzioni diverse, loro per il nord, noi verso il sud.
Cachi (si legge Caci) è la prima tappa del nostro periplo in Gol, che raggiungiamo dopo cinque ore o poco più. Dopo un primo tratto asfaltato, il camino si fa sterrato e più avveturoso, comincia a salire su di un pendio ad anfiteatro fino a culmianare a 3'457 metri. Da lì un altopiano molto vasto e aperto ma arido ci conduce a Cachi. Poco prima attraversiamo un povero paesino nato e cresciuto perchè il verde circostante segnala la presenza di acqua. In un agriturismo gestito da indigeni e dallo spirito tradizionale prendiamo un semplice ma ricco spuntino accompagnato da un buon "vaso" di vino.
Cachi è un paesino autentico. Al calar del sole i bianchi muri della chiesa e del museo si dipingono di color... caco, come a voler salutare i turisti in arrivo e richiamare i contadini dalle fatiche quotidiane. Ne approfittiamo per conoscere le poche vie, a volte ciottolate, a volte in terra battuta. Una di queste ci condurrà al camping municipale dove passeremo nottata in un dormitorio semplice, pulito e buon mercato. Di fianco, un centro sportivo di altura prepara atleti in condizioni diverse da quelle cittadine. La sera ceniamo in una Peña, tipico ristorante che propone musica dal vivo. Musica tuttavia non ne sentiamo, ma ritroviamo Sandra, una tedesca conosciuta qualche giorno prima a Salta. Con lei mangiamo Locro (tipica zuppa di mais e verdure) così da scaldarci un po'. Ma il litro di birra ci raffredda di nuovo. Nel bar di fianco ci riscaldiamo di nuovo, questa volta con tè di coca, pianificando l'indomani.
Dopo una notte molestataci da un cane (o presunto tale), di buon mattino ci spostiamo in auto verso il Nevado di Cachi, gruppo montagnoso composto da diversi 6'000. Lungo il cammino un po' scosceso, alcune abitazioni rudimentali ospitano famiglie che vivono con quello che la terra dà loro, e niente più. Chiazze rossastre dai toni diversi ricoprono prati e pendii soleggiati: sono peperoni, in diverse fasi di essicazione. I pochi cavalli sembrano già un lusso in mezzo a tanta povertà. Laddove la Gol comincia ad arrancare continuiamo a piedi, fino ad incontrare più in alto rovine di tempi andati. Riscendiamo trottorellando sulle quattro ruote, percorrendo in senso inverso il cammino mattutino. La povertà, da qualsiasi parte la si guarda, mostra una sola faccia. Giunti in piazza, Sandra è lì che ci aspetta; la "carichiamo" in auto e ripartiamo, direzione Cafayate.
E' inizio pomeriggio, partiamo per Les Vallées Calchaquies sulla mitica Ruta 40. Scendendo il primo tratto, sulla sponda destra del fiume, la strada segue la morfologia del terreno: sù e giù, qua e là, i chilometri passano lentamente. Incrociamo un uomo in sella ad una bici carica di sacchi e valigie, partito da chissà dove. Il vento, il secco e le traversie della strada non frenano la forza di volontà di questo coraggioso. Il secondo tratto presenta qualche pezza di verde sul fondovalle; animali domestici e di allevamento si fanno meno rari ai nostri occhi. La montagna sulla sponda sinistra, al lato opposto, comincia a mostrarci forme e colori in totale contrapposizione al suolo e al cielo. Si direbbe carta da pacco arricciata perchè usata, e posta lì. Comincia il terzo tratto. Corriamo paralleli, noi e la montagna accartocciata, separati da un fiume e da praterie, fino al momento di congiungerci. Dove tutto sembra ostacolare, la strada ritaglia il proprio cammino tra picchi, colline e rilievi rocciosi. Lentamente il paesaggio si apre e il cammino si fa più filante.
Poco più in giù i vigneti cominciano a coprire il vasto e pianeggiante fondovalle. Per un po' ci sentiamo in Vallese e ancora più felici; la Svizzera a volte ci manca. E ci ricordiamo di quel venerdì pomeriggio d'inizio aprile trascorso in una piazza di Sion e finito con qualche bicchiere di troppo. I ricordi vanno e vengono in continuazione, ma loro non finiscono e ci fanno pure bene.
A Cafayate accompagnamo Sandra in un campeggio deserto da persone e un poco sconsolato, ma lei a queste situazioni è abituata. E' donna tedesca, dal forte morale e fisico solido. Noi optiamo per una soluzione più confortevole; l'ostello Ruta 40 sarà il migliore incontrato finora. Cafayate è un villaggio pimpante, fiero di quanto gli sta attorno e orgoglioso di mostrarsi al viandante. La piazza centrale è ben circoscritta da ristoranti, bar e mercati artigianali, il tutto in un'armonia festosa. I vigneti a quest'altura producono un vino saporito e raffinato, di qualità uguale (se non superiore) al più noto Mendocino (vino di Mendoza). Accompagnato con formaggini di capra e un tozzo di pane, risulterà una cenetta molto apprezzata.
I due giorni di permanenza li sfruttiamo interamente, cominciando con una gita al Rio Colorado (dove l'occhiale da sole mi salva l'occhio sinistro) e terminando con una visita alle rovine Quilmes, tappa più obbligata che cercata. In una sorta di anfiteatro naturale questo popolo di Indiani resistette 130 anni alla conquista spagnola, prima di fuggire, nel 1666, e insediarsi a Buenos Aires. Scendendo dal Rio passiamo da una bodega (ottimo il bianco Vasija Secreta) e terminiamo la giornata in un'allevamento di capre (pura razza svizzera) con annesso un caseificio (prelibato il prodotto finito). Il giorno seguente, un'escursione organizzata in ostello ci fa scoprire le porte della Quebrada de las Conchas e un paesaggio nascosto assolutamente fantastico, esaltato dai raggi del sole.
L'indomani ripercorriamo per intero quella valle appena conosciuta il giorno prima lasciandoci alle spalle, una dopo l'altra, sculture naturali cui l'uomo ha assegnato loro un nome ben preciso. All'Anfiteatro sostiamo un'ultima volta, per comperare una ocarina e scattare una foto. Una Ford Falcon sembra essersi messa apposta in posa.
Noi ripartiamo sicuri in Gol, senza più limiti.
Rapidamente troviamo quanto ci occorre: lavanderia a portata di mano, café con wifi, ristorante tipico con il miglior bife de lomo mai mangiato finora.
Il primo giorno saliamo i 1'070 scalini che portano al Cerro San Bernardo, collina che domina la città sottostante e da cui si possono meglio definirne i confini. Il giorno seguente ci rechiamo al Museo di Archeologia di Alta Montagna (MAAM). E' la storia di una spedizione che, nel 1999, ha permesso di riportare alla luce tre mummie di bambini a 6'739 metri, sul vulcano Llullaillaco. E con loro oggetti di valore, tessuti colorati di tradizione Quechua e piccoli giochi (rituali) che richiamano la loro vita. A rotazione, solo un niño alla volta è esposto in una cella vetrata mantenuta a bassa temperatura.
Per la cultura Precolombiana la natura era considerata sacra, in particolar modo le Montagne, veri Dei che proteggievano le comunità. Lo stato Inca diede molta importanza a questo antico culto, e costruì in cima alle montagne piccoli edifici per i rituali religiosi. In seguito a riti festosi, alcuni bambini venivano accompagnati su queste cime e sepolti, in segno di adorazione.
Ma Salta è soprattutto il "centro geometrico" di due regioni, una al sud e l'altra al nord, tra le più spettacolari, dal punto di vista naturalistico, d'Argentina. Decidiamo così, finalmente, di nolleggiare un veicolo per approfittare pienamente di quanto Madre Natura offre.
Il terzo giorno, alle 9 di mattina ci ritroviamo, armi e bagagli, all'agenzia ANTA. Durante i pagamenti e le firme varie, due giovani della nostra età entrano nel locale. Gente del proprio paese la si riconosce facilmente, e per il look e per la lingua, e quel giorno, 31 maggio del 2011, quattro ticinesi, Michel, Tiziano, Gloria e Stefano si ritrovarono tutti nel medesimo posto con il medesimo pretesto. Scambiamo qualche battuta in dialetto fino ai rituali controlli dei veicoli. Dopo una foto di gruppo partiamo a bordo dei nostri rispettivi mezzi. Loro scelsero una Clio, noi una Golf; anzi una Gol. Si tratta di una versione più povera della sorella maggiore, accessoriata con il minimo indispensabile. Il logo VW, tuttavia, ci rassicura e partiamo entusiasti e felici lungo 1499 chilometri. Per un tratto inseguiamo i nostri compaesani, poi ci dividiamo prendendo strade e direzioni diverse, loro per il nord, noi verso il sud.
Cachi (si legge Caci) è la prima tappa del nostro periplo in Gol, che raggiungiamo dopo cinque ore o poco più. Dopo un primo tratto asfaltato, il camino si fa sterrato e più avveturoso, comincia a salire su di un pendio ad anfiteatro fino a culmianare a 3'457 metri. Da lì un altopiano molto vasto e aperto ma arido ci conduce a Cachi. Poco prima attraversiamo un povero paesino nato e cresciuto perchè il verde circostante segnala la presenza di acqua. In un agriturismo gestito da indigeni e dallo spirito tradizionale prendiamo un semplice ma ricco spuntino accompagnato da un buon "vaso" di vino.
Cachi è un paesino autentico. Al calar del sole i bianchi muri della chiesa e del museo si dipingono di color... caco, come a voler salutare i turisti in arrivo e richiamare i contadini dalle fatiche quotidiane. Ne approfittiamo per conoscere le poche vie, a volte ciottolate, a volte in terra battuta. Una di queste ci condurrà al camping municipale dove passeremo nottata in un dormitorio semplice, pulito e buon mercato. Di fianco, un centro sportivo di altura prepara atleti in condizioni diverse da quelle cittadine. La sera ceniamo in una Peña, tipico ristorante che propone musica dal vivo. Musica tuttavia non ne sentiamo, ma ritroviamo Sandra, una tedesca conosciuta qualche giorno prima a Salta. Con lei mangiamo Locro (tipica zuppa di mais e verdure) così da scaldarci un po'. Ma il litro di birra ci raffredda di nuovo. Nel bar di fianco ci riscaldiamo di nuovo, questa volta con tè di coca, pianificando l'indomani.
Dopo una notte molestataci da un cane (o presunto tale), di buon mattino ci spostiamo in auto verso il Nevado di Cachi, gruppo montagnoso composto da diversi 6'000. Lungo il cammino un po' scosceso, alcune abitazioni rudimentali ospitano famiglie che vivono con quello che la terra dà loro, e niente più. Chiazze rossastre dai toni diversi ricoprono prati e pendii soleggiati: sono peperoni, in diverse fasi di essicazione. I pochi cavalli sembrano già un lusso in mezzo a tanta povertà. Laddove la Gol comincia ad arrancare continuiamo a piedi, fino ad incontrare più in alto rovine di tempi andati. Riscendiamo trottorellando sulle quattro ruote, percorrendo in senso inverso il cammino mattutino. La povertà, da qualsiasi parte la si guarda, mostra una sola faccia. Giunti in piazza, Sandra è lì che ci aspetta; la "carichiamo" in auto e ripartiamo, direzione Cafayate.
E' inizio pomeriggio, partiamo per Les Vallées Calchaquies sulla mitica Ruta 40. Scendendo il primo tratto, sulla sponda destra del fiume, la strada segue la morfologia del terreno: sù e giù, qua e là, i chilometri passano lentamente. Incrociamo un uomo in sella ad una bici carica di sacchi e valigie, partito da chissà dove. Il vento, il secco e le traversie della strada non frenano la forza di volontà di questo coraggioso. Il secondo tratto presenta qualche pezza di verde sul fondovalle; animali domestici e di allevamento si fanno meno rari ai nostri occhi. La montagna sulla sponda sinistra, al lato opposto, comincia a mostrarci forme e colori in totale contrapposizione al suolo e al cielo. Si direbbe carta da pacco arricciata perchè usata, e posta lì. Comincia il terzo tratto. Corriamo paralleli, noi e la montagna accartocciata, separati da un fiume e da praterie, fino al momento di congiungerci. Dove tutto sembra ostacolare, la strada ritaglia il proprio cammino tra picchi, colline e rilievi rocciosi. Lentamente il paesaggio si apre e il cammino si fa più filante.
Poco più in giù i vigneti cominciano a coprire il vasto e pianeggiante fondovalle. Per un po' ci sentiamo in Vallese e ancora più felici; la Svizzera a volte ci manca. E ci ricordiamo di quel venerdì pomeriggio d'inizio aprile trascorso in una piazza di Sion e finito con qualche bicchiere di troppo. I ricordi vanno e vengono in continuazione, ma loro non finiscono e ci fanno pure bene.
A Cafayate accompagnamo Sandra in un campeggio deserto da persone e un poco sconsolato, ma lei a queste situazioni è abituata. E' donna tedesca, dal forte morale e fisico solido. Noi optiamo per una soluzione più confortevole; l'ostello Ruta 40 sarà il migliore incontrato finora. Cafayate è un villaggio pimpante, fiero di quanto gli sta attorno e orgoglioso di mostrarsi al viandante. La piazza centrale è ben circoscritta da ristoranti, bar e mercati artigianali, il tutto in un'armonia festosa. I vigneti a quest'altura producono un vino saporito e raffinato, di qualità uguale (se non superiore) al più noto Mendocino (vino di Mendoza). Accompagnato con formaggini di capra e un tozzo di pane, risulterà una cenetta molto apprezzata.
I due giorni di permanenza li sfruttiamo interamente, cominciando con una gita al Rio Colorado (dove l'occhiale da sole mi salva l'occhio sinistro) e terminando con una visita alle rovine Quilmes, tappa più obbligata che cercata. In una sorta di anfiteatro naturale questo popolo di Indiani resistette 130 anni alla conquista spagnola, prima di fuggire, nel 1666, e insediarsi a Buenos Aires. Scendendo dal Rio passiamo da una bodega (ottimo il bianco Vasija Secreta) e terminiamo la giornata in un'allevamento di capre (pura razza svizzera) con annesso un caseificio (prelibato il prodotto finito). Il giorno seguente, un'escursione organizzata in ostello ci fa scoprire le porte della Quebrada de las Conchas e un paesaggio nascosto assolutamente fantastico, esaltato dai raggi del sole.
L'indomani ripercorriamo per intero quella valle appena conosciuta il giorno prima lasciandoci alle spalle, una dopo l'altra, sculture naturali cui l'uomo ha assegnato loro un nome ben preciso. All'Anfiteatro sostiamo un'ultima volta, per comperare una ocarina e scattare una foto. Una Ford Falcon sembra essersi messa apposta in posa.
Noi ripartiamo sicuri in Gol, senza più limiti.
Carissimi Glo e Stefano, le vostre parole sono emozionanti! Vi pensiamo spesso e siamo felici che la vita vi regali tutte queste belle esperienze che descrivete con tanta passione! Le foto sono favolose! Un abbraccio forte! Buona avventura! Alice, Lucio e Iole
RépondreSupprimerBello bello bellissimo questo racconto! Mi sono divertita moltissimo a leggerlo e quante cose interessanti ho imparato! Grazie! Mi avete fatto venire anche una fame, ora vado a mangiare un pezzo di formaggio delle alpi Svizzere! eheh...
RépondreSupprimerLa vostra avventura continua alla grande . Ci coinvolgete nel vostro racconto facendoci provare tante emozioni , Grazie . Donata e Co ,
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